Cani amici, si vede che è proprio la fine. Pure Piero Piccioni mandossi un contributo (e che contributo) alla causa canina. Commossi consigliamo la lettura del seguente racconto.
Ultima puntata e ritorno in glande stile
Non se ne esce mai facilmente
di Piero Piccioni

Comunque,
il punto é che stavo tornando in Italia per le feste natalizie e per
i funerali di Muro di Cani. Le eutanasie canine sono le sole a sollevare proteste ultimamente.
Diverse
persone hanno lavorato a questo ibrido della controinformazione
satirica, con dedizione e spirito di sacrificio. Ad eccezione del
sottoscritto.
“Piccioni,
sei in passivo di 400 articoli, se qualcosa di umano sopravvive in
te, bisogna che almeno un coccodrillino lo scrivi, dioboia”.
Fratello Scemus, aka Jebediah Wilson, sa giocare in modo sporco con i
sensi di colpa altrui. E
allora cosa dire? Come individuo sono al disarmo, e infatti mi
venivano in mente solo boutades da quattro soldi, peraltro poco
adatte a celebrare lo slancio cadaverico di una creatura che si
dirigeva nella fossa con tanto zelo, per decisione del suo stesso
creatore.

Roba
così.
Poi
però alzai gli occhi e osservai le due persone sedute davanti a me,
una big mama africana con la figlia di sette/otto anni. Non le avevo
notate prima, se non per il fatto che la bambina non la smetteva di
frignare e dimenarsi. Tuttavia – me ne accorgevo solo ora- quelli
che inizialmente avevo scambiato per capricci, erano in realtà
manifestazioni di una bimba affetta da una visibile forma di handicap
mentale.

Le feci
il gioco del “Cip! Bau!”. “Ciiip...”, e mi coprivo la
faccia...“Bauuuu”, e mi scoprivo la faccia. Piero c’é, Piero
non c’é. Quella non si fece pregare e attaccò a urlacchiare e
battere le mani.
I
decibel nel vagone aumentavano, alcune teste calde già facevano
capolino dagli altri sedili, interrogandosi sulla fonte di quel
baccano molesto; così decisi di darci un taglio, perché la bambina
si calmasse.

Disperato,
afferrai il primo oggetto che mi capitò sottomano, un flaconcino
omaggio contenente un liquido viscoso e ambrato, e presi ad agitarlo
come diversivo davanti allo sguardo beota dell’infante. Lasciandomi
secco per la sorpresa, la piccina lo ghermì, sputacchiando
dappertutto per la felicità, e lo spaccò contro la finestra del
vagone. Una nuvola di essenza assoluta di vaniglia si diffuse
all’istante nella carrozza, provocando l’aperto risentimento
degli altri viaggiatori.
Il
fallout aromatico lasciò senza parole alcuni, mentre altri si
alzavano per venire a comunicarci i sensi del loro disappunto.
Al che,
la madre della bimba si attivò per ripulire la figlia, inzaccherata
di liquido untuoso, piccole schegge di plastica dura e l’immancabile
profluvio di bava. Le occhiate di rimprovero di coloro che non
avevano assistito per intero alla scena convergevano automaticamente
su di lei, rea di una tale irresponsabile mancanza di attenzione nei
riguardi della bambina, soprattutto data la criticità delle sue
condizioni.
Cercai
di approfittare dell’equivoco per defilarmi. In fondo al corridoio
vedevo la luce verde che indicava che il cesso della carrozza era
libero. La salvezza era a portata di mano.

Quella
continuò: “Sono capaci tutti ad infilarsi in una conversazione, ma
uscirne é un’altra faccenda. E’ troppo comoda darsela a gambe
quando non si sa più cosa dire. Concediamo la nostra attenzione a
qualcuno che sembra averne bisogno, e questo ci fa sentire bene. Ma
in realtà non stiamo ascoltando, stiamo solo coccolando il nostro
ego. Quando finalmente scopriamo che gli altri non sono come vogliamo
che siano, allora ce la diamo a gambe, vero? Come molti individui
della sua età, lei é un giovanotto compiaciuto, meno altruista e
certo meno intelligente di quel che crede”.
Pensai
che parlava parecchio, per una che aveva in bocca sì e no otto
denti, ma sospettavo che avesse ragione.
E le
sue critiche, tra l’altro, suonavano sinistramente calzanti con la
situazione che dovevo affrontare. Mi liberai con uno strattone da
quella morsa diabolica e corsi a rifugiarmi nel gabinetto. L’odore
pungente di urina e feci ebbe l’effetto di un sale medicinale, in
mezzo a quel surreale incubo vanigliato.

Invece
magari era il mondo ad essere crudele e distratto come i passeggeri
di quel treno, pronti ad additare le debolezze altrui giudicando da
una poltrona riscaldata coloro che sedevano su un trono di merda.
Oppure,
forse, Muro di Cani era proprio come la vecchia saggia e scorbutica,
isolato nella posizione scomoda di chi é masochisticamente alla
ricerca di uno scampolo di verità, difendendo un ideale di onestà
conquistato a fatica dalla volontà rapace di un universo
handicappato e sbavante. Infilai
la testa sotto l’acqua gelida e impotabile del lavabo. Ora
desideravo solo di avere un posto da chiamare casa, un luogo caldo e
accogliente dove una grossa mamma antica dalla pelle marrone mi
avrebbe accolto sempre, senza condizioni. Le avrei probabilmente
sbavato addosso e lei avrebbe risposto al mio sguardo ebete
accarezzandomi la testa. Un buon odore di biscotti alla vaniglia si
sarebbe diffuso dalla cucina e nessuno mi avrebbe mai sgridato o
ferito o abbandonato. Nessuno si sarebbe fatto male e nessuno sarebbe
scomparso.
Poi
quella mamma mi avrebbe fatto addormentare nel suo grembo,
dondolandomi piano, come il suono di un vagone in lontananza.
7 commenti:
inchini,appalausi e glande stima per piero piccioni uno di MDC
grazie a presto
...fidatevi, sarebbe stato molto peggio se si fosse trattato di quelle fialette puzzolenti che girano a carnevale..
un degno epitaffio
Non posso scrivere niente perchè non l'ho letto.
Però sto scrivendo perchè è sempre un post di piccioni.
clepens! clepens!...il sapore della fine certa è come l'amaro di un veleno mortale, che ti da il tempo di rimpiangere, rifiutare, lottare contro il suo effetto nefasto...we want another brick in the wall!
queste sono le vie del signore
queste sono le vere vie del signore.
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