Cara è la fine...ci annusano ormai,sentono il lezzo del panico che spruzza in freddi sudori il terrore che c'è.Non glieli daremo per ungersi dei nostri mali stillanti le mani avide:che ci tocchino morti, secchi e gelidi.Oh, non piangere,urla piuttosto e lasciamo di noi un ricordo toccante.Stringiti a me,ringhiagli addosso e poi sparami mentre io sparo a te.Dieci pistole spianate e dieci sguardi ruvidi e tesi che puntano qui dentro l'auto, e la corsa finisce così. Cara è la fine...perdonami.Oh, non piangere,urla piuttosto e lasciamo di noi un ricordo toccante. Stringiti a me,ringhiagli addosso e poi sparami mentre io sparo a te. Ci vogliono vivi e colpevoli...ma che vita è una cella? Avremo di più:quella stella che un giorno mi donasti, lassù.Oh, non piangere...

martedì 27 gennaio 2009

Giorno della Memoria


27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2009

Noi non dimentichiamo...

7 commenti:

umanità ha detto...

noi non dimentichiamo ma tanti purtroppo si...tanti che nel ghetto di Varsavia hanno avuto parenti e antepassati...tipo Olmort attuale presidente dello stato d'Israele

Olmert ha detto...

Sono un Corrotto

Gioconda Belli ha detto...

Cara posta del cane mi chiamo Gioconda Belli sono una scrittice di un piccolo paese centroamericano volevo esprimere un gudizio rispetto ai recenti fatti avvenuti in Palestina:

Leggendo quello che succede ogni giorno nella striscia di Gaza, non posso smettere di pensare nella storia del ghetto di Varsavia: dal 19 aprile al 16 maggio 1943, la popolazione ebrea del ghetto di Varsavia si ribellò con tanto di armi contro i nazisti. Dal 1940 quest'ultimi avevano chiuso dentro un piccolo quartiere la popolazione ebraica dell'intera città, lasciandoli senza assistenza medica e lasciando che morissero poco a poco di fame.

I nazisti controllavano la distribuzione scarsa degli alimenti e la sicurezza del quartiere. Quando, per evitare la deportazione massiva nei campi di sterminio improvvisamente gli ebrei si ribellano, lo fanno ormai ridotti allo stremo delle loro forze, disperati e male armati. La rivolta durò circa un mese e ovviamente fu soffocata dai nazisti grazie a bombardamenti e successivi incendi che lasciarono solo macerie di quello che era stato il ghetto. Migliaia furono i morti e i sopravvisuti furono deportati alla camere a gas. Il ghetto di varsavia vive nella memoria storica del mondo intero come esempio di crudelta degli uni e di resistenza degli altri.

Il fatto che il popolo Ebraico, dopo aver sofferto, subito la volontà di sterminio dei nazisti, proceda con tale crudeltà nei confronti dei palestinesi della striscia di Gaza, mi risulta, personalemente, difficile da capire; la mancanza di comprensione, di compassione verso la causa di un gruppo di esseri umani come i palestinesi da parte di Israele, dimostra la frequente incapacità umana di mettersi nei panni degli altri.
Uno si aspetterebbe che gli ebrei, vista la propria dolorosa esperienza, possano capire che cosa significa non avere una terra, uno Stato. Che cosa significa per i palestinesi vivere come parassiti di una nazione creata nel 1948, contro la propria volontà, dentro nel loro stesso territorio.

Ovviamente il problema è complesso. Una lettura approfondita delle radici del conflitto, dalla caduta (prima guerra mondiale) dell'Impero Ottomano per mano degli Alleati, alla ripartizione decisa dall'ONU nel '47, ci permette di vedere chiaramente come le decisioni di Francia e Inghilterra che divisero arbitrariamente i territori del MedioOriente, scatenò contraddizioni insuperabili.

Tanto gli Arabi quanto gli Israeliani ricevettero ampie garanzie di sovranità sulle "proprie" terre e a partire dal 1948 si dividono un Diritto che entrambi ritengono proprio ed esclusivo.
Oltre a ciò si aggiunge il diritto che ciascuno si arroga facendo riferimento alle rispettive Sacre Scritture: Bibbia e Corano.

In modo che in assenza della possibilità di poter risolvere su basi legali differenze che, essenzialmente, gli dà praticamente gli stessi diritti entrambi le parti hanno scleto come cammino, la violenza.
La legge del Taglione, del più forte, vedere chi soppravvive in una battaglia all'ultimo sangue è la cosa più razionale e l'unica nella quale apparentemente le due parti concordano.
In questo modo la violenza non è solo giustificata ma anche la unica forma di soppravvivenza.

E mentre gli Israeliani hanno potuto creare, grazie all'appoggio degli USA e dell'Europa per motivi strategici economici e finanzieri, il 5° esercito più potente del mondo e il meglio armato dopo gli USA; i palestinesi hanno scelto l'unica via che a causa della propria realtà potevano imbpccare la guerriglia e la resistenza.

Entrambi le scelte sono scelte terribili e disumane. Inacettabili

Wuming4 ha detto...

CARA POSTA DEL CANE MI CHIAMO WUMING. il mio nome è nessuno

CIELO DI PIOMBO

di Wu Ming 4

"Tenere i bambini e le donne incinte lontano durante l'uso."
(Fondere il piombo - istruzioni per l'uso)

Non c'è dubbio che le guerre abbiano il brutto vizio di togliere obiettività alle persone. Un intellettuale che possa scegliere e decida di restare in prima linea facilmente vedrà ridimensionato il proprio margine di ragionamento. Ragionamento sempre più ridotto a ossimoro o grottesco paradosso, come quello degli illustri colleghi israeliani link Yehoshua, Oz e Grossman, scrittori tanto più famosi e celebrati in Occidente per la loro "equidistanza", quanto più organici alla politica bellicista del loro paese.
E' la posizione di chi giustifica le reazioni di Israele limitandosi a criticarne l'intensità, di chi dice: "Dobbiamo difenderci, ma non troppo". E' quella che va per la maggiore anche in Europa, perché è gratis, non costa nulla. Nemmeno il Mahatma Gandhi e il reverendo King erano contrari alla legittima difesa. Proprio la legittima difesa è il cardine retorico della leadership israeliana, la giustificazione di fondo della sua politica.
Ora noi non ci permetteremmo mai di fare le pulci a chi vive in un paese bersaglio di strali politici e balistici, a chi ha perso figli in guerra, a chi dolorosamente, nonostante tutto, ha scelto di restare a vivere in Israele. Noi siamo qui, col culo al caldo. Eppure dalla postazione privilegiata delle nostre poltrone è difficile non accorgersi di una realtà autoevidente.
Negli ultimi due anni le reazioni di Israele alle provocazioni dei suoi vicini sono consistite nel bombardamento di Beirut e conseguente invasione di uno stato sovrano, il Libano; nel bombardamento di un sito in territorio siriano; nell'embargo imposto alla striscia di Gaza; nel bombardamento e nell'occupazione di Gaza City.
Tra gli attacchi subiti da Israele e quelli scatenati contro i suoi nemici esiste lo stesso rapporto che c'è tra la puntura di un tafano e una coltellata, o tra l'operato di Jack lo Squartatore e quello del boia di Treblinka. E se non è certo la quantità di morti a rendere più o meno grave l'assassinio, tuttavia è facile che ne determini l'incidenza storica. Inutile fingere che non sia così. Tanto più quando ormai anche i sassi sanno che le vittime civili (in questo caso pochi individui da una parte, centinaia dall'altra) non sono effetti collaterali. Non lo erano a Dresda e a Hiroshima nel 1945, non lo sono sessant'anni dopo. Quando si fa fuoco sui centri abitati - con missili Kassam o bombe che piovono dal cielo - i civili sono il principale bersaglio. Perfino l'ONU lo è, con le sue ingombranti scuole. Quando si bombarda una città in cui metà della popolazione ha meno di 14 anni, è evidente che le vittime saranno in prevalenza bambini. Il resto sono artifici retorici per intellettuali, intrappolati loro malgrado in una sottile striscia di realtà.
No, noi non possiamo proprio permetterci di giudicare dal nostro salotto, inchiodati davanti alle immagini terrificanti che passa la TV.
Perché ammettere che dietro una "reazione sproporzionata" si cela una precisa strategia colonialista e suprematista sarebbe un gesto di coraggio e oltraggio politico che renderebbe ancora più difficile per gli illustri colleghi israeliani la permanenza su quella prima linea.
E certo attenuerebbe la sontuosa accoglienza riservata loro link nelle fiere del libro d'Occidente.
Non si può esigere da scrittori di quel calibro di alienarsi dalla propria storia, da ciò che sono o hanno scelto di essere.
Però si può cortesemente chiedere loro di stare a casa, la prossima volta.

leonardo ha detto...

5 sofismi su Israele

Io non credo che ci sia nulla di male nel voler difendere Israele in una discussione. Il problema è il come. Tanti sedicenti avvocati della causa di Israele portano avanti i loro ragionamenti con una serie di argomenti fallaci (o sofismi) che mi fanno rabbrividire, e che finiscono per ottenere il risultato opposto: rendermi più sospettoso nei confronti degli israeliani. Molti dei quali resterebbero sconvolti, credo, leggendo certe castronerie con cui li si difende qui da noi. A volte sembra che il conflitto israelo-palestinese abbia una logica tutta sua, che funziona solo dal Giordano al mare, e che se provassimo ad applicare altrove (anche da noi) provocherebbe caos e distruzione nel giro di pochi minuti.

Col tempo ho finito per riconoscere alcuni di questi sofismi da lontano; tanto che a un certo punto ho pensato di fare cosa utile mettendoli in una lista, con tanto di sottolink. Sarà un pezzo un po' lungo, ma ne vale la pena se può risparmiarci lunghe e sterili discussioni in futuro. Un'avvertenza per gli studiosi di logica e retorica: in questo pezzo molte definizioni sono usate in modo popolare e improprio. Anche i sofismi, per esempio, non sono proprio tutti sofismi (alcuni credo siano tropi). Confido nel vostro perdono.

1. Mozione degli affetti.
Si parla di Israele e a un certo punto qualcuno sbotta: “se non sei israeliano non puoi capire”; oppure “se non hai amici israeliani non puoi capire”, o “se non sei stato laggiù”, “se non ti è morto nessuno in un bar”, “se non ti è mai piombato un razzo in casa”, “se non hai mai dovuto mandare i figli su autobus separati”, ecc. ecc.
Purtroppo l'affetto è un'arma a doppio taglio: chi scrive queste cose molto spesso mostra lacrime sincere. Ma non si rende conto (o finge di non sapere) che da qualche parte ci sono anche amici di palestinesi, e parenti delle loro vittime; forse che non sanguinano anche loro, eccetera?
Io diffido terribilmente dalla mozione degli affetti, che portata alle estreme conclusioni significa questo: solo le persone coinvolte davvero in una guerra o in un crimine hanno il diritto di parlarne. Sembra una cosa di buonsenso, e infatti lo era: al tempo dei regni barbarici. Ma persino i Barbari a un certo punto si sono resi conto che la giustizia non spetta alle vittime o ai parenti delle loro vittime, bensì a qualcuno che, proprio perché non è stato toccato negli affetti, può decidere con serenità e oggettività. Così è rinato il diritto. Oggi chi metterebbe il parente di una vittima nella giuria che giudica un presunto assassino? Sì, molti giornalisti italiani lo farebbero. Ma ogni volta che qualcuno ne parla, è come se proponesse una momentanea regressione al medioevo. Grazie, no. Paradossalmente, israeliani e palestinesi sono le persone meno in grado di discutere della loro guerra con oggettività e serenità. La loro rabbia e la loro disperazione sono comprensibili. Ma non ha senso scimmiottarle in una discussione.

2. Sofisma del "meno peggio"
“Sì, certo, Israele ha molti difetti, ma... non puoi metterla sullo stesso piano di Hamas”.
Non c'è dubbio che Israele sia meno peggio di Hamas. E figurarsi, io sono sempre stato un patito della formula del “meno peggio”. Ho sempre votato per il meno peggio e lavorato per il meno peggio. Ma attenzione: la tattica del meno peggio funziona solo a patto che il meno peggio di oggi sia peggiore di quello di domani. In Israele accade il contrario: ogni guerra aumenta il divario tra vittime israeliane e vittime palestinesi. Quello che era nato come conflitto tra popoli è diventato guerra di religione.
Il “meno peggio” diventa un sofisma quando viene usato per giustificare qualsiasi cosa: Israele può ammazzare cento palestinesi per ogni sua vittima perché... “è meno peggio”? Sicuri che lo sia ancora? Cosa dovrebbe fare, esattamente, per non esserlo più? Israele non si può criticare finché si macchierà di azioni appena appena meno peggio di quelle di Hamas?
Il sofisma del meno peggio è tra quelli che hanno senso solo se riferiti a Israele; prendi Arafat, ad esempio. Non c'è mai stato dubbio che fosse un interlocutore “meno peggio” di Hamas. E allora perché gli israeliani non hanno accettato di fare la pace con lui? Perché con lui la regola non valeva: era un palestinese.

3. Sofisma del “cratere”
Una variante del precedente, che ho letto anche di recente nei commenti. L'argomentazione più o meno è questa: “è vero che Israele sta facendo cose orribili, ma queste cose non sono niente rispetto a quelle che potrebbe fare grazie al suo potenziale militare”, (variante: “sono niente rispetto a quelle che col suo potenziale militare faremmo noi”). Da cui l'immagine dell'israeliano che si torce le mani perché potrebbe fare di Gaza un cratere in pochi secondi, e invece è costretto a sminarla casa per casa. Questo tipo di logica funziona solo nel conflitto arabo-israeliano: è una cosa folle. Qualsiasi strage può essere perdonata (ma solo agli israeliani) o almeno relativizzata, perché loro potrebbero farne anche di peggio. Ed effettivamente ne fanno sempre di peggio, ma finché non si arriva al cratere è ok.
Ma questa è esattamente la logica che porta al cratere.

4. Sofisma di UDdelMO
Non è un discepolo di Abelardo, ma una sigla che sta per "Unica Democrazia del Medio Oriente". Che sarebbe Israele, come notano i suoi fans un giorno sì e l'altro pure.
Ma scusate, e la Turchia? E non hanno avuto elezioni regolari i palestinesi? Ma anche se fosse: il fatto che gli israeliani abbiano un governo eletto democraticamente li autorizza a fare di Gaza quel che vogliono? La democrazia non è un valore assoluto: è solo un sistema di governo – il meno peggio, secondo qualcuno. Non è il governo dei buoni o dei bravi: è il governo dei più. È normale che difenda gli interessi dei più, in modo non necessariamente virtuoso o efficace.
Ciò che è buono per la maggioranza degli israeliani non è necessariamente giusto. Anche una maggioranza può avere torto. Già gli antichi avevano notato che in situazioni di emergenza la democrazia può essere controproducente: l'attuale crisi di Gaza non ci sarebbe stata se i partiti al governo a Gerusalemme non avessero sentito la necessità di mostrare al loro elettorato che sanno rispondere a Hamas colpo su colpo. Perché quando si dice che Israele sia una democrazia, si finge di non sapere quanti difetti abbiano le democrazie: necessità di compiacere piccoli partitini anche xenofobi, politiche clientelari, demagogia, corruzione (un avvicendamento tra Olmert e Netanyahu non è proprio il massimo che una democrazia possa augurarsi)...

Quando si passa alla Striscia di Gaza, il sofisma della democrazia viene totalmente capovolto. Ovvero: siccome la maggioranza dei palestinesi di Gaza ha votato per Hamas, sono tutti responsabili e quindi si meritano i bombardamenti. Ho capito bene? La democrazia dà a Israele il diritto di bombardare e a Gaza il diritto di prendersi le bombe. Uno che tentasse di argomentare il contrario (Hamas ha il diritto di bombardare perché ha vinto le elezioni, e se con un Qassam uccide un bimbo israeliano è ok, perché suo padre ha votato per Olmert) quanti punti antisemitismo totalizzerebbe? Non so, ma direi parecchi.

5. Sofisma della morte potenziale, o equazione Kissinger.
Questa andava molto forte ai tempi della Seconda Intifada. Già allora si diceva che i palestinesi “minacciassero l'esistenza dello Stato d'Israele”: poi però bastava contare le vittime per scoprire che morivano più dei loro nemici. Strano modo d'impostare un genocidio.
E tuttavia qualcuno non ha rinunciato a valorizzare le cifre dei caduti nel modo più filoisraeliano possibile. L'esempio classico (ma in Italia si leggevano cose del genere tutti i giorni sul Foglio) è quello di Henry Kissinger, che un giorno invece di dire “i palestinesi hanno fatto cinquanta morti israeliani in 3 giorni” affermò “gli attacchi suicidi hanno ucciso l'equivalente di 2500 americani in tre giorni”. Per ottenere una cifra di "2500 americani" Kissinger aveva moltiplicato le vittime degli attentati (50) per la popolazione degli USA (250 milioni) e diviso il tutto per la popolazione d'Israele (5 milioni). E si capisce che “l'equivalente di 2500 americani” suona peggio di “50 israeliani”; il problema è che non ne erano morti 2500, ne erano morti 50, c'è differenza. O no?
Chi decide di ragionare come Kissinger, grosso modo la pensa così: Israele è piccola e quindi ogni perdita è immensamente più preziosa. Anche questo ragionamento funziona solo con Israele: nessuno si sognerebbe mai di chiamare un morto palestinese “l'equivalente di 50 morti americani”.
L'equazione Kissinger contraddice anche il postulato dell'uguaglianza degli uomini, e lo sostituisce con un altro: tutte le nazioni, piccoli e grandi, hanno un tot di dignità che va diviso per il numero di abitanti. Il Liechtenstein, per esempio, ha trentamila abitanti: se ne ammazzi uno, ammazzi l'equivalente di diecimila cittadini americani: genocidio! Molto meglio sparare a un cinese, che è l'equivalente di un quarto di cittadino americano (una banale amputazione). Sì, sto scherzando. Ma c'è gente che queste cose le afferma davvero, in tutta serietà, senza accorgersene.

Oggi l'equazione Kissinger non va più per la maggiore, ma continuo a leggere conti stranissimi. Per esempio, siccome i Qassam facevano relativamente poche vittime (dico poche rispetto all'ecatombe che ne è seguita), invece di scrivere “Hamas questa settimana ha fatto due vittime”, mi è capitato di leggere: “Hamas sta prendendo a bersaglio duecentomila israeliani”, o addirittura “Hamas ha sotto tiro il dieci per cento della popolazione di Israele”. Coi Qassam. Così si sovrappone ad arte il numero dei veri caduti col numero dei caduti che i palestinesi potrebbero fare se avessero infinite munizioni e infinito tempo a disposizione. Naturalmente questa logica è applicabile soltanto ai nemici di Israele.

vogherese doc ha detto...

a Leonardo vorrei dire che dice cose chiare e sensate. Ma chi lo va a spiegare alla "casalinga di voghera"?

leonardo ha detto...

Prima di continuare coi sofismi, vorrei rispondere a chi ha commentato "cose chiare e sensate. Ma chi lo va a spiegare alla "casalinga di voghera"?

Ecco, per una volta credo che la famosa casalinga sia vittima di un pregiudizio. La immagino davanti a un tg qualsiasi mentre scuote la testa, piange per le vittime e biasima i bombardatori. Non riesco a immaginarmela mentre mi fa un'equazione Kissinger o rilascia patenti di antisemitismo. Questi sofismi non sono pane per i suoi denti. Sono invenzioni intellettuali, concepite e collaudate da intellettuali per convincere altre persone che su internet o sui giornali cercano di farsi un'idea approfondita. È per questo che mi fanno paura. Non pretendo che la casalinga di Voghera debba farsi un'idea anche solo vaga di tutto quello che è successo dal '48 a oggi; ma perché giornalisti e ministri devono raccontarmi balle? E devono essere per forza balle così inverosimili?

6. Sofisma del matrimonio gay
Questo è di conio recente, ma ha già riscosso un certo successo. Come fai a mettere sullo stesso piano un movimento oscurantista come Hamas e un Paese laico come Israele, dicono, un Paese dove i gay si possono sposare?

Non so cosa ne pensino i gay, ma io trovo un po' fastidioso l'uso del “matrimonio gay” come cartina di tornasole della laicità di una nazione. Peraltro, non è nemmeno vero che i gay si possano sposare legalmente: la giurisdizione israeliana riconosce semplicemente la validità di matrimoni gay contratti in altri Paesi. Ma chi ha a cuore l'etichetta laica di Israele dovrebbe lasciare perdere l'argomento “matrimonio” in generale: sposarsi in Israele è una faccenda complicata. Il matrimonio civile non esiste: i matrimoni religiosi si possono contrarre soltanto tra membri della stessa comunità religiosa, secondo il sistema dei Millet ereditato dalla legislazione ottomana, che a quei tempi era veramente all'avanguardia in fatto di pluralismo religioso, ma oggi segna un po' il passo dei tempi – soprattutto a confronto con quelle democrazie laiche e occidentali alle quali si paragona spesso Israele.
Quindi: i cristiani si possono sposare coi cristiani, i musulmani coi musulmani, i drusi coi drusi, gli ebrei con gli ebrei – ma anche così è troppo facile, in realtà non tutti gli ebrei israeliani hanno diritto di contrarre matrimonio con ebrei ortodossi o di discendenza sacerdotale (i kohen). Anche i figli illegittimi sono sottoposti ad alcune limitazioni. Su tutto questo ha giurisdizione il Gran Rabbinato, che a partire dal 1947 ha negoziato con il primo governo di Ben Gurion un accordo tra Stato e religione affine ai nostri concordati. Con la differenza (non mi pare da poco) che in Italia ci si può sposare anche al di fuori della Chiesa, e con qualcuno che in una chiesa non ci è entrato nemmeno per battezzarsi. Siete ancora sicuri che Israele sia un Paese così laico?

È vero che la situazione è bilanciata dalla prontezza coi cui Israele riconosce i matrimoni civili contratti all'estero: tanto che nel 2000 si è calcolato che uno sposo/a israeliano su dieci ha sconfinato per celebrare il suo matrimonio (Cipro è la tappa preferita). Tra questi, anche quelli contratti tra persone dello stesso sesso. Quanto questo renda Israele un Paese laico, decidetelo voi.

Naturalmente non penso che nessun gay, messo di fronte all'alternativa se vivere a Tel Aviv o Gaza, nutrirebbe molti dubbi (come se i gay di Gaza avessero davvero questa scelta; e come se la loro priorità in questo momento fosse il matrimonio, e non il pane e le medicine); e tuttavia non credo che la tolleranza sia un valore assoluto piovuto dal cielo, che gli israeliani hanno e i palestinesi no; ritengo che dipenda fortemente da una serie di parametri tra i quali, fondamentali, la cultura e il benessere. Dove c'è benessere e cultura di solito i gay se la passano molto meglio. Ma la cultura e il benessere di Tel Aviv e in generale di Israele sono in parte basati sullo sfruttamento delle risorse di Gaza e della Cisgiordania. Troppo comodo accusare i palestinesi di oscurantismo a pancia piena.

E comunque nemmeno il benessere israeliano si può dare per scontato. Il Paese si dibatte in una crisi economica decennale, la corruzione è endemica, e la militarizzazione del conflitto è anche una risposta a queste tensioni. Israele non è il Paese laico che molti credono, ma non è nemmeno una teocrazia di fanatici. Eppure chi ha visto almeno una volta i coloni di Hebron o gli ortodossi di Mea Sharim sa che l'integralismo ebraico esiste, è già una forza elettorale con cui i governi devono fare i conti, e ha margini di crescita.